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Sì, lo voglio. Sì, lo faccio: perché racconto quello che vedo ogni giorno

  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Da qualche settimana ho deciso di raccontare storie. Non storie inventate, ma quelle che vedo ogni giorno lavorando con organizzazioni molto diverse tra loro. Aziende private, enti pubblici, contesti grandi e piccoli. Realtà che cambiano, evolvono, si incastrano in problemi simili ma mai identici. Raccontarle è una scelta deliberata, non un esercizio narrativo fine a se stesso.

Il punto di partenza è semplice: lavoro come consulente e come formatore, e spesso è difficile tracciare un confine netto tra le due cose. A volte la formazione è così operativa da sconfinare nella strategia. Altre volte la consulenza è così immersiva da diventare, di fatto, formazione. È una dinamica che oggi molti chiamano learning by doing, ma che nella pratica significa una cosa precisa: non esiste intervento che non produca competenze.


In questi anni ho lavorato con una pluralità di organizzazioni. Alcune le accompagno per mesi, con una presenza frequente. Altre le incontro per un tratto di strada e poi le lascio andare avanti da sole. Anche questo fa parte del lavoro: un percorso di cambiamento funziona se, a un certo punto, chi lo vive non ha più bisogno di un supporto continuo. Quando accade, la relazione cambia natura e diventa confronto strategico periodico, non più affiancamento operativo.


Raccontare queste storie serve prima di tutto a dare contesto. Chi mi conosce già sa come lavoro. Chi mi ha incontrato solo di sfuggita, magari su temi diversi, può faticare a capire che tipo di aiuto porto quando si parla di organizzazione, processi interni, metodo di lavoro. Le storie rendono visibile l’esperienza, senza trasformarla in prescrizione.

Non racconto “come si dovrebbe fare”. Racconto cosa è stato fatto, cosa ha funzionato, cosa no. L’esperienza non è solo una questione anagrafica: è fatta di tentativi, errori, correzioni. Chi ascolta può riconoscersi, prendere spunti, oppure decidere consapevolmente di fare altro. Va bene così.

C’è poi un altro aspetto concreto: se hai già lavorato con molte organizzazioni, è probabile che un problema nuovo non sia del tutto nuovo. Magari cambia il contesto, cambiano i vincoli, ma alcune dinamiche si ripresentano. Questo aiuta a leggere meglio i bisogni, a non dimenticare pezzi, a mettere subito sul tavolo ipotesi che altrove si sono rivelate utili. Non perché esista una soluzione standard, ma perché esiste un patrimonio di casi che accelera la comprensione.

Il racconto, però, non è a senso unico. Ogni progetto è anche un’occasione di apprendimento per me. Ogni cliente porta una variabile nuova: un vincolo particolare, il bisogno di una tecnologia specifica, un’esigenza mai vista prima. Anche quando il problema è simile ad altri, il modo in cui viene affrontato genera esperienza nuova. Nulla va sprecato: tutto diventa materiale che sedimenta.

Questo vale ancora di più sul piano tecnologico. Gli strumenti digitali cambiano a una velocità elevatissima. Funzionalità che non esistevano dieci giorni fa oggi sono disponibili. Applicazioni nuove entrano in gioco di continuo. Per stare dentro questo flusso, dedico ogni settimana tempo strutturato allo studio e all’approfondimento. Non solo davanti al computer: podcast, letture, ascolti in movimento. L’apprendimento è distribuito, ma costante.

Col tempo ho capito però che il punto non sono gli strumenti in sé. Il vero cambiamento è nel metodo. Ogni nuova possibilità tecnologica mi spinge a rivedere usi e costumi, a modificare processi che magari avevo appena adottato. Non per instabilità, ma perché l’impatto organizzativo è reale. Piccoli aggiustamenti continui, una sorta di kaizen digitale, che somma micro‑miglioramenti capaci di generare valore.

Uso spesso una metafora per spiegare questa condizione: è come camminare su un pavimento mentre lo stanno ancora costruendo. Le piastrelle vengono posate mentre sotto si getta la soletta e si montano i ponteggi. Tutto è in divenire, tutto richiede equilibrio. L’altra immagine è quella del travelgum: serve per non stare male in un viaggio pieno di curve. Perché il movimento è continuo, e va accettato come parte del gioco.

Raccontare queste storie, in fondo, serve a questo: rendere esplicito un modo di lavorare che non è fatto di ricette, ma di adattamento consapevole. E forse la domanda finale è proprio questa: quanto siamo disposti a rivedere i nostri processi, anche quando li abbiamo appena imparati?

 
 
 

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