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Università di Catania: cosa significa oggi insegnare la transizione digitale nella Pubblica Amministrazione

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Tornerò anche quest'anno (fra tre settimane) come docente al Master in Management Pubblico dello Sviluppo Locale dell'Università di Catania per una modulo dedicato all'ICT e alla transizione digitale nella Pubblica Amministrazione.

Ci torno grazie al Prof. Marco Valerio Livio La Bella, Direttore del Master, e al Prof. Giuseppe Sigismondo Martorana, Docente di pianificazione strategica del Master, che mi hanno voluto coinvolgere in questo ambizioso percorso formativo e con i quali condivido un rapporto di amicizia oltre che di grande e reciproca stima professionale.


Quando si interviene in un percorso universitario di questo tipo, la tentazione potrebbe essere quella di concentrarsi sull'ultima tecnologia disponibile, sulla piattaforma più innovativa o sul tema che in quel momento attira maggiormente l'attenzione.

Credo però che sarebbe un errore.

Le tecnologie cambiano rapidamente. Quello che oggi consideriamo innovativo rischia di diventare ordinario nel giro di pochi mesi. Molto più utile è comprendere le logiche che stanno dietro al cambiamento.

Per questo motivo il mio contributo non sarà una lezione su uno specifico strumento, ma una riflessione sul modo in cui la Pubblica Amministrazione sta evolvendo e sulle competenze necessarie per governare questa evoluzione.


La trasformazione digitale non coincide con la tecnologia

Uno degli equivoci più diffusi è pensare che la transizione digitale coincida con l'introduzione di nuovi software.

In realtà la tecnologia rappresenta solo la parte più visibile del cambiamento.

La vera trasformazione riguarda i processi, l'organizzazione, la gestione dei dati e il modo in cui le amministrazioni collaborano tra loro.

Digitalizzare un procedimento inefficiente non significa innovare. Significa semplicemente spostare online un problema che esisteva già sulla carta.

Il punto di partenza deve quindi essere sempre il processo e non lo strumento.


Dall'ente isolato all'amministrazione che condivide dati

Uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi anni riguarda il tema dell'interoperabilità.

Con questo termine si intende la capacità di sistemi diversi di dialogare tra loro e di scambiare informazioni in modo automatico.

La Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), cioè l'infrastruttura che consente alle amministrazioni di condividere informazioni in modo sicuro e controllato, rappresenta uno degli esempi più concreti di questa evoluzione. L'obiettivo è semplice: se una Pubblica Amministrazione possiede già un dato, il cittadino non dovrebbe essere costretto a fornirlo una seconda volta.

Questo passaggio modifica profondamente il modo di progettare i servizi pubblici.


Dalle comunicazioni cartacee alle relazioni digitali

Lo stesso ragionamento vale per il tema delle comunicazioni tra cittadini e Pubblica Amministrazione.

SEND (Servizio Notifiche Digitali), la piattaforma nazionale per l'invio di comunicazioni aventi valore legale in formato digitale, e il domicilio digitale, cioè l'indirizzo elettronico ufficiale attraverso cui ricevere comunicazioni dalla PA, stanno progressivamente cambiando il rapporto tra amministrazione e utente.

Dietro questi strumenti non c'è soltanto innovazione tecnologica.

C'è una diversa idea di servizio pubblico: più immediato, più accessibile e meno dipendente dalla gestione cartacea.


Il dato diventa una risorsa strategica

Un altro tema sul quale vorrei soffermarmi riguarda il dato.

Per molti anni i dati delle amministrazioni sono stati considerati principalmente archivi da conservare.

Oggi il cosiddetto patrimonio informativo pubblico, cioè l'insieme dei dati detenuti dagli Enti Pubblici, viene visto sempre più come una risorsa strategica da valorizzare.

La qualità del dato, la sua affidabilità, il suo aggiornamento e la sua corretta condivisione influenzano direttamente la qualità dei servizi erogati ai cittadini.

Per questo la gestione dei dati è sempre meno una questione tecnica e sempre più una questione organizzativa e manageriale.


L'Intelligenza Artificiale è una sfida culturale prima che tecnologica

Non si può infine ignorare il tema che oggi domina gran parte del dibattito sull'innovazione: l'Intelligenza Artificiale (IA).

Si parla molto degli strumenti, dei modelli e delle funzionalità disponibili. Molto meno spesso si parla delle domande che questi strumenti impongono alle organizzazioni.

Come cambia il lavoro delle persone?

Quali attività possono essere supportate dall'IA?

Quali decisioni devono restare sotto il controllo umano?

Quali competenze serviranno ai dipendenti pubblici nei prossimi anni?

Sono questioni che riguardano non soltanto gli specialisti informatici, ma chiunque operi nella progettazione e gestione dei servizi pubblici.


Cosa cercherò di portare in aula

Durante il mio intervento all'Università di Catania proverò quindi a ragionare meno sulle tecnologie e più sul "pensare digitale".

Pensare digitale significa imparare a leggere processi, ruoli, dati e servizi con una prospettiva differente.

Significa comprendere che interoperabilità, dati condivisi, domicilio digitale, notifiche digitali e Intelligenza Artificiale non sono progetti separati, ma componenti di una stessa trasformazione.

Perché la domanda più interessante oggi non è quale sarà la prossima tecnologia adottata dalla Pubblica Amministrazione.

La domanda è se le amministrazioni riusciranno a sviluppare una cultura organizzativa capace di utilizzare queste tecnologie per semplificare realmente la vita di cittadini e imprese.

 
 
 

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