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La scala di Kyra: realizzata SENZA l’AI, ma grazie anche all’AI

2 ore fa
Tempo di lettura: 3 min


Kyra ha compiuto un anno da pochi giorni. È una trovatella che ci è stata regalata da una carissima signora di Ponte Caffaro e, naturalmente, in pochissimo tempo è diventata la padrona di casa.

Al primo piano abbiamo un grande balcone con una piccola porticina basculante. Kyra può attraversarla quando vuole, ma quel pertugio affaccia su un poggiolo sospeso sopra il giardino. Tra la sua libertà e il prato mancava qualcosa.

Una scala.


Non una scala qualunque, però. La sua scala.



La vera storia comincia qui. Non dalla necessità pratica di collegare due piani, ma da un pensiero un po’ irragionevole: voglio costruirla io.


Io, che trascorro dieci o undici ore al giorno davanti a un computer. Io, che lavoro con idee, informazioni, processi digitali e intelligenza artificiale. Io, che davanti a una tavola di legno non posso premere “annulla” se il taglio viene storto.

Ho caricato in automobile assi grezze, lunghe e ingombranti. Le ho scaricate, osservate e misurate. Ho cercato di immaginare dentro quei pezzi ancora informi due montanti verticali, una sequenza di ripiani alternati e, alla fine, un percorso abbastanza semplice perché Kyra potesse salire dal giardino fino al balcone.



Le fotografie raccontano precisamente questa trasformazione. Prima ci sono soltanto alcune tavole chiare e ruvide. Poi compare una lunga struttura appoggiata alla casa per verificarne l’altezza. Arrivano il metro, i calcoli, i primi tagli. Infine il trapano, l’avvitatore, la scala da lavoro e i ripiani che, uno alla volta, trovano il proprio posto.

Ma la trasformazione più importante non è quella del legno. È la mia.

Fino a pochi anni fa, costruire qualcosa del genere mi sarebbe sembrato semplicemente impossibile. Avevo già realizzato piccoli lavori: un bancone, un supporto con le rotelle per la raccolta differenziata, alcune zanzariere molto funzionali e assai meno belle da vedere. Questa volta, però, era diverso.

Quella struttura sarebbe salita per diversi metri. Doveva essere solida, stabile e sicura. Ogni pezzo dipendeva da quello precedente. Ogni errore poteva propagarsi fino in cima. Non potevo limitarmi a sistemare quattro assi e sperare che funzionassero.

Ho dovuto imparare facendo.



Ho misurato, tagliato, levigato, avvitato e corretto. Ho scoperto che il legno non obbedisce come un comando impartito a un computer. Ha venature, nodi e imperfezioni. Chiede attenzione. E quando finalmente assume la forma immaginata, restituisce una soddisfazione difficile da spiegare a chi lavora soprattutto con risultati immateriali.

Alla fine ho dipinto la struttura di scuro. I ripiani sono diventati una successione di piccoli approdi, quasi rami di un albero costruito lungo la parete. In alto, l’ultimo tratto raggiunge il balcone. In basso, Kyra può osservare quella strana costruzione comparsa nel suo territorio e cominciare a interpretarla.



È anche per questo che penso alla frase attribuita a Nelson Mandela: «Sembra sempre impossibile finché non viene fatto». Naturalmente Nelson Mandela parlava di sfide infinitamente più grandi. Ma quella frase contiene un meccanismo universale: alcune cose smettono di sembrarci impossibili soltanto dopo che troviamo il coraggio di cominciarle.

Vale per una scala di legno. Vale anche per molte aziende che incontro e che considerano la digitalizzazione o l’intelligenza artificiale troppo lontane dalla propria quotidianità. L’errore consiste nel guardare subito la distanza tra terra e balcone. Nessuno, però, percorre quella distanza con un unico salto.


Si procede per misure, tentativi e correzioni. Un gradino dopo l’altro.



L’intelligenza artificiale non ha costruito la scala di Kyra. Non ha trasportato il legno, riempito l’aria di segatura o tenuto fermo un ripiano mentre entrava la vite. Eppure, in un certo senso, mi ha aiutato a costruirla.

Usare l’AI nel lavoro quotidiano mi consente di abbreviare attività che prima occupavano molto più tempo. E quel tempo non deve necessariamente essere riempito con altro lavoro digitale. Può tornare a essere vita, concentrazione, manualità. Può diventare il tempo necessario per fare lentamente qualcosa che conta.


Questo, per me, è il significato più autentico dell’innovazione: non fare tutto più rapidamente, ma scegliere meglio a che cosa dedicare il tempo recuperato.

Ora la scala esiste. È lì, scura e verticale, attaccata alla casa. E ogni volta che la guardo non vedo soltanto il percorso che porterà Kyra dal giardino al balcone.

Vedo una cosa che non pensavo di essere capace di fare.

E questa consapevolezza, forse, è già il primo gradino verso la prossima impresa apparentemente impossibile.


P.S. Il titolo non è del tutto sincero. Dopo aver progettato la struttura, scelto gli spessori e immaginato tagli e ancoraggi, ho descritto tutto all’intelligenza artificiale per sottoporre i miei calcoli a un controllo aggiuntivo. L’AI mi ha tranquillizzato. Ma il collaudo che attendo davvero è quello di Kyra: quando salirà fino in cima con la naturalezza che soltanto i gatti possiedono, nessuna verifica digitale potrà competere.

 
 
 

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