Smart working, emergenze e governance
- 18 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 20 apr

Quando il lavoro agile smette di essere una soluzione e diventa un sintomo
Negli ultimi giorni la cronaca europea ci ha restituito un déjà-vu inquietante: di fronte a una nuova crisi energetica, la Commissione Europea torna a indicare lo smart working come una delle leve possibili per ridurre consumi, spostamenti, costi.
Ancora una volta, il lavoro agile riemerge non come scelta organizzativa, ma come misura emergenziale. Non come esito di una strategia, ma come reazione a un contesto critico.
È esattamente da qui che voglio ripartire, dando continuità a una riflessione che avevo già aperto qualche settimana fa in questo articolo:👉 Smart working, emergenze e governance organizzativa (che considero volutamente la prima puntata di questo ragionamento).
Se allora il punto era “attenzione a usare lo smart working come tappabuchi”, oggi il tema è ancora più chiaro:
quando una misura viene riproposta ciclicamente in emergenza, significa che non è mai stata governata davvero.
Lo smart working non è il problema.
Il problema è come (e quando) lo usiamo.
Proviamo a dirlo senza ambiguità: lo smart working non è né buono né cattivo. Non è una conquista ideologica, né una minaccia da contenere.
È uno strumento organizzativo. E come tutti gli strumenti, funziona solo se inserito dentro un disegno.
Il problema nasce quando:
viene introdotto senza una lettura del contesto,
viene attivato senza ripensare processi, ruoli, responsabilità,
viene tolto o rimesso in base all’emergenza del momento.
In questi casi, lo smart working non abilita nulla. Si limita a spostare il lavoro nello spazio, lasciando intatti:
le ambiguità decisionali,
le inefficienze operative,
le fragilità organizzative.
E quando arriva una crisi (energetica, sanitaria, logistica), lo si riesuma come “soluzione rapida”. Che in realtà segnala un vuoto: assenza di governance.
Governare ≠ reagire
Governare significa leggere prima
Qui tocchiamo il punto centrale.
Governare il cambiamento non significa reagire bene all’emergenza. Significa non arrivarci impreparati.
Un’organizzazione che governa:
osserva i comportamenti reali, non solo le policy,
legge i vincoli di contesto (energetici, normativi, sociali),
distingue ciò che è strutturale da ciò che è contingente,
prende decisioni prima che diventino obbligate.
Quando invece una misura come lo smart working viene:
accesa,
spenta,
riaccesa,
in base a fattori esterni, vuol dire che non è mai diventata parte del modello operativo.
È rimasta una parentesi.E le parentesi, per definizione, non reggono nel lungo periodo.
Il vero tema non è “dove si lavora”
È come funziona l’organizzazione
La cronaca parla di:
riduzione degli spostamenti,
risparmio energetico,
efficienza.
Tutti obiettivi legittimi. Ma se li affrontiamo solo spostando le persone a casa, stiamo guardando il problema dal lato sbagliato.
Le domande giuste sono altre:
Come circolano le informazioni?
Come vengono prese le decisioni?
Quanto sono chiari i passaggi di consegna?
Quanto il lavoro è tracciabile, leggibile, condiviso?
Quanto l’organizzazione regge anche senza compresenza fisica?
Se queste risposte non sono chiare, lo smart working diventa fragile.E in emergenza, fragilità + pressione = caos.
Design Thinking e governance: una lezione spesso ignorata
Nei miei corsi uso spesso il Design Thinking non come “metodo creativo”, ma come metodo di governo.
Una delle lezioni più sottovalutate è questa:
non si progettano soluzioni partendo dalle soluzioni. Si progettano partendo dalla comprensione del contesto.
Applicato allo smart working significa:
osservare i comportamenti reali (non quelli dichiarati),
capire i bisogni delle persone e dell’organizzazione,
valutare fattibilità, sostenibilità, impatti nel tempo,
testare, adattare, iterare.
Non decidere “smart working sì / smart working no”.Ma progettare un modello di lavoro che regga anche quando il contesto cambia.
Nuovo livello di consapevolezza:
la crisi non è un’eccezione, è la normalità
La notizia UE ci dice qualcosa di più profondo:
le emergenze non sono più eventi straordinari. Sono diventate condizione ricorrente.
Energia, clima, geopolitica, tecnologia, lavoro. Tutto è instabile.
In questo scenario, le organizzazioni che sopravvivono (e crescono) sono quelle che:
hanno modelli adattivi,
conoscono il proprio livello di maturità,
sanno dove sono forti e dove sono esposte.
Ed è qui che il tema della governance incontra quello della consapevolezza.
Governare significa misurare (senza giudicare)
C’è un equivoco diffuso: misurare viene visto come controllo, valutazione, giudizio.
In realtà, nelle trasformazioni serie, misurare serve a:
rendere visibile l’invisibile,
ridurre decisioni istintive,
evitare interventi generici.
Misurare:
la maturità digitale dell’organizzazione,
la readiness delle persone,
la capacità di sostenere nuovi modelli di lavoro,
non serve a etichettare.Serve a decidere meglio.
Senza questa lettura:
si fanno corsi “per tutti”,
si introducono strumenti “perché servono”,
si invoca lo smart working “perché conviene”.
Con risultati discontinui e spesso frustranti.
Dalla cronaca alla responsabilità manageriale
La notizia UE passerà. Come tutte le notizie.
Quello che resta, però, è una domanda scomoda per chi guida organizzazioni:
stiamo usando lo smart working come leva strategica o come analgesico temporaneo?
Se è la seconda, la prossima emergenza ci troverà nella stessa posizione.
Se è la prima, allora:
il lavoro agile diventa una conseguenza,
non una soluzione,
non un obbligo,
non un tabù.
Chiudendo il cerchio (e aprendo il prossimo)
Questo articolo non è una conclusione. È un’evoluzione.
La prima puntata parlava di emergenze e governance. Questa seconda prova a dire qualcosa in più:
la vera trasformazione non si attiva quando cambia il contesto, ma quando l’organizzazione impara a leggerlo prima.
Lo smart working, oggi, è solo il caso più visibile. Domani sarà un’altra leva.
La differenza la farà sempre la stessa cosa: capacità di governo.















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