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Intelligenza artificiale in azienda: quando il punto di partenza non sono i tool

  • 13 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Quella che segue è la storia di Reire srl, un’azienda commerciale dell’industria alimentare che, ormai più di due anni fa, ha deciso di avvicinarsi in modo strutturato ai temi dell’intelligenza artificiale. Non partendo da piattaforme o software, ma da una domanda più semplice e insieme più difficile: che cosa può davvero cambiare nel modo di lavorare.


Il primo passo è stato un corso multiaziendale promosso da CIS Formazione - Unindustria Reggio Emilia, pensato come introduzione all’intelligenza artificiale. Non un corso tecnico, ma un percorso di alfabetizzazione: capire che cos’è l’AI, come funziona, quali tipi di valore può generare nel concreto. Un corso che, più che fornire risposte, servisse ad aprire finestre e generare domande.

Da lì è nata una richiesta ulteriore, sempre mediata da CIS - Formazione: avviare quello che oggi chiameremmo un digital assessment, accompagnato da un development plan.


Il digital assessment come fotografia, non come giudizio

Il digital assessment non ha lo scopo di dire se un’azienda è “avanti” o “indietro”. Serve a fotografare lo stato attuale: livello di maturità digitale, strumenti già presenti, buone pratiche esistenti, modalità di gestione delle informazioni. È una base di realtà, non una pagella.

Questa fotografia viene poi messa a confronto con gli obiettivi che l’azienda si pone. Ed è qui un primo punto chiave: gli obiettivi non riguardano l’acquisto di strumenti, ma il miglioramento dei processi. Snellire attività interne, rispondere meglio ai clienti, interagire in modo più efficace con fornitori e partner, ridurre costi dove possibile, ma soprattutto favorire uno scambio di informazioni più fluido e produttivo.


Dal piano di sviluppo alle decisioni operative

Dal confronto tra stato attuale e obiettivi nasce un piano di sviluppo. Un documento che non elenca “cose da comprare”, ma azioni da intraprendere: alcune in sequenza, altre in parallelo. Per ciascuna azione vengono chiariti ruoli, tempi, costi interni ed esterni, impatti organizzativi.

Questo passaggio è spesso sottovalutato, ma è cruciale: rendere esplicito chi fa cosa, con quali risorse e in quale orizzonte temporale. È qui che l’innovazione smette di essere un’intenzione e diventa un percorso governabile.


Cloud, sicurezza e piattaforme di intelligenza artificiale

Solo in un secondo momento arrivano le scelte tecnologiche. L’azienda decide, ad esempio, di non archiviare più il proprio patrimonio informativo su server interni, ma di passare al cloud Microsoft, anche per le garanzie legate a sicurezza, integrità e certificazioni come la ISO 27001.

In parallelo viene attivata una piattaforma di intelligenza artificiale trasversale (Microsoft Copilot) e, progressivamente, altre soluzioni specializzate. Oggi l’azienda utilizza complessivamente cinque piattaforme di AI: una generalista e altre integrate nei sistemi già in uso, come il gestionale ERP/CRM e gli strumenti di marketing e comunicazione.

È importante notare che queste piattaforme coprono ambiti diversi: dalla gestione dei processi interni, al marketing multicanale, fino alla creazione di contenuti grafici e visuali. Ma il punto non è il numero di strumenti.


Il vero focus: liberare tempo e valorizzare le persone

Raccontare questa esperienza elencando le tecnologie sarebbe fuorviante. Il vero focus non è l’informatica in sé, ma l’organizzazione del lavoro. L’obiettivo è ridurre il peso delle attività routinarie e a basso valore aggiunto, liberando tempo ed energie per ciò che conta davvero: il rapporto con il cliente, la qualità delle decisioni, la capacità di collaborazione interna.

In questo senso, l’intelligenza artificiale non è un sostituto delle competenze umane, ma un moltiplicatore. Funziona quando trasforma le informazioni individuali in patrimonio condiviso e quando rende più semplice lo scambio di conoscenza tra persone, funzioni e team.


Una lezione trasferibile

La lezione che emerge è chiara: l’adozione dell’intelligenza artificiale è prima di tutto una questione di governance, non di tool. Funziona quando parte da obiettivi di processo, passa da una valutazione onesta dello stato attuale e si traduce in scelte coerenti, graduali e misurabili.

La domanda finale, allora, non è “quale piattaforma usare?”, ma: quali attività vogliamo smettere di fare a mano per poter fare meglio ciò che conta davvero?

 
 
 

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